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Sarà stato intorno alla metà degli anni settanta, lo ricordo perché ero piccolo e ricordo mia sorella ancora più piccola di me. Era una domenica, perché solo la domenica il giudice aveva acconsentito che io e mia sorella potessimo vedere a pranzo mio padre; i miei erano separati. Eravamo io, mia sorella e mio padre seduti al tavolo dell’osteria, San Marco si chiamava, e mangiavamo un fritto di calamari. Quando i calamari erano ancora cibo da trattoria, non i totani che ti servono adesso, e venivano prima impanati, con farina del Molino Saccense, poi fritti in padella con olio di oliva e quindi serviti, in piatti spessi di porcellana bianca, con vino sfuso di catarratto ghiacciato. Allora ricordo un uomo canuto seduto all’angolo della trattoria in prossimità della grande vetrata, che prospettava (prospetta ancora ma la trattoria oggi non esiste più ed è stata trasformata in un ristorante minimal chic e ti servono gli antipasti su delle lastre nere di non so che materiale) sul corso Vittorio Emanuele, che riempiva di luce meridiana l’intero locale. “Quello è Guttuso”, disse mio padre rompendo il silenzio che contraddistingueva i nostri pranzi domenicali. “Chi è Guttuso?”, chiese allora mia sorella (era sempre lei, con la sua verve, a rompere le monotonie domenicali). Così mio padre iniziò una lunga lezione mista di storia dell’arte e politica; era un uomo abbastanza colto mio padre e noi eravamo il suo pubblico preferito. Mia sorella incuriosita, o forse no, si alzò dal tavolo e andò a piazzarsi davanti a quell’uomo canuto intento a leggere il giornale. Non ricordo come, forse mio padre si alzò per riprendersi la figlia disturbatrice e impertinente, ma ricordo che finimmo il pranzo di calamari fritti seduti al tavolo con Renato Guttuso. Tra i due uomini si instaurò una lunga conversazione, mio padre era un grande conversatore, che si protrasse per il lungo pomeriggio (forse da ciò posso desumere che potevamo essere in prossimità dell’estate o forse dell’autunno) continuando oltre la trattoria lungo la piazza Angelo Scandaliato (già piazza del Popolo). Ovviamente non ricordo di cosa parlavano i due ma, avendo conosciuto in seguito mio padre, sicuramente avranno parlato di pittura e partito comunista. E’ strano come tornino alla nostra memoria ricordi dei quali avevamo perso completamente la traccia. Ed è ancora più strano come questi ricordi ritornino a galla. Ieri ho visto un servizio a Tg regione dove si diceva che al PADIGLIONE EXPO della Sicilia è stato costruito un percorso sensoriale, fatto di suoni e profumi artificiali che difficilmente i nostri figli potranno naturalmente assaporare, che, completamente al buio, introduce il visitatore all’interno del quadro “Vuccirìa”, opera del grande maestro bagherese. Questa notte ho sognato finalmente mia sorella.

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Sarà stato intorno alla metà degli anni settanta, lo ricordo perché ero piccolo e ricordo mia sorella ancora più piccola di me. Era una domenica, perché solo la domenica il giudice aveva acconsentito che io e mia sorella potessimo vedere a pranzo mio padre; i miei erano separati. Eravamo io, mia sorella e mio padre seduti al tavolo dell’osteria, San Marco si chiamava, e mangiavamo un fritto di calamari. Quando i calamari erano ancora cibo da trattoria, non i totani che ti servono adesso, e venivano prima impanati, con farina del Molino Saccense, poi fritti in padella con olio di oliva e quindi serviti, in piatti spessi di porcellana bianca, con vino sfuso di catarratto ghiacciato. Allora ricordo un uomo canuto seduto all’angolo della trattoria in prossimità della grande vetrata, che prospettava (prospetta ancora ma la trattoria oggi non esiste più ed è stata trasformata in un ristorante minimal chic e ti servono gli antipasti su delle lastre nere di non so che materiale) sul corso Vittorio Emanuele, che riempiva di luce meridiana l’intero locale. “Quello è Guttuso”, disse mio padre rompendo il silenzio che contraddistingueva i nostri pranzi domenicali. “Chi è Guttuso?”, chiese allora mia sorella (era sempre lei, con la sua verve, a rompere le monotonie domenicali). Così mio padre iniziò una lunga lezione mista di storia dell’arte e politica; era un uomo abbastanza colto mio padre e noi eravamo il suo pubblico preferito. Mia sorella incuriosita, o forse no, si alzò dal tavolo e andò a piazzarsi davanti a quell’uomo canuto intento a leggere il giornale. Non ricordo come, forse mio padre si alzò per riprendersi la figlia disturbatrice e impertinente, ma ricordo che finimmo il pranzo di calamari fritti seduti al tavolo con Renato Guttuso. Tra i due uomini si instaurò una lunga conversazione, mio padre era un grande conversatore, che si protrasse per il lungo pomeriggio (forse da ciò posso desumere che potevamo essere in prossimità dell’estate o forse dell’autunno) continuando oltre la trattoria lungo la piazza Angelo Scandaliato (già piazza del Popolo). Ovviamente non ricordo di cosa parlavano i due ma, avendo conosciuto in seguito mio padre, sicuramente avranno parlato di pittura e partito comunista. E’ strano come tornino alla nostra memoria ricordi dei quali avevamo perso completamente la traccia. Ed è ancora più strano come questi ricordi ritornino a galla. Ieri ho visto un servizio a Tg regione dove si diceva che al PADIGLIONE EXPO della Sicilia è stato costruito un percorso sensoriale, fatto di suoni e profumi artificiali che difficilmente i nostri figli potranno naturalmente assaporare, che, completamente al buio, introduce il visitatore all’interno del quadro “Vuccirìa”, opera del grande maestro bagherese. Questa notte ho sognato finalmente mia sorella.  

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