[:it]Quattro Piedi E Otto Pollici E Mezzo, quando la contamporaneità è già storia[:en]QUATTRO PIEDI E OTTO POLLICI E MEZZO, quando la contamporaneità è già storia[:]

[:it]Quattro Piedi E Otto Pollici E Mezzo, quando la contamporaneità è già storia[:en]QUATTRO PIEDI E OTTO POLLICI E MEZZO, quando la contamporaneità è già storia[:]

[:it]Ritrovarsi a passeggiare a Palermo in mezzo al cantiere per la nuova linea del metrò non è sicuramente il massimo dello svago. Purtroppo, dovendo, una di queste mattine, occupare il tempo, in attesa che mia figlia terminasse gli esami per l’ammissione all’università, mi sono ritrovato come un anziano pensionato a soffermarmi, lungo questo interminabile cantiere, ad osservare le maestranze che operavano per mettere in opera i binari della metropolitana di superficie che ammodernerà il sistema di trasporti urbani della “Felicissima Palermo”.[:]

QUANDO HO PRANZATO CON GUTTUSO, i tempi di libero amore non tornano più.

QUANDO HO PRANZATO CON GUTTUSO, i tempi di libero amore non tornano più.

[:it] Sarà stato intorno alla metà degli anni settanta, lo ricordo perché ero piccolo e ricordo mia sorella ancora più piccola di me. Era una domenica, perché solo la domenica il giudice aveva acconsentito che io e mia sorella potessimo vedere a pranzo mio padre; i miei erano separati. Eravamo io, mia sorella e mio padre seduti al tavolo dell’osteria, San Marco si chiamava, e mangiavamo un fritto di calamari. Quando i calamari erano ancora cibo da trattoria, non i totani che ti servono adesso, e venivano prima impanati, con farina del Molino Saccense, poi fritti in padella con olio di oliva e quindi serviti, in piatti spessi di porcellana bianca, con vino sfuso di catarratto ghiacciato. Allora ricordo un uomo canuto seduto all’angolo della trattoria in prossimità della grande vetrata, che prospettava (prospetta ancora ma la trattoria oggi non esiste più ed è stata trasformata in un ristorante minimal chic e ti servono gli antipasti su delle lastre nere di non so che materiale) sul corso Vittorio Emanuele, che riempiva di luce meridiana l’intero locale. “Quello è Guttuso”, disse mio padre rompendo il silenzio che contraddistingueva i nostri pranzi domenicali. “Chi è Guttuso?”, chiese allora mia sorella (era sempre lei, con la sua verve, a rompere le monotonie domenicali). Così mio padre iniziò una lunga lezione mista di storia dell’arte e politica; era un uomo abbastanza colto mio padre e noi eravamo il suo pubblico preferito. Mia sorella incuriosita, o forse no, si alzò dal tavolo e andò a piazzarsi davanti a quell’uomo canuto intento a leggere il giornale. Non ricordo come, forse mio padre si alzò per...
LA POLVERE SOTTO IL TAPPETO, sul teatro (confidenzialmente detto) Samonà ed altro

LA POLVERE SOTTO IL TAPPETO, sul teatro (confidenzialmente detto) Samonà ed altro

[:it] Quello che si è consumato in questi giorni non può che essere un evento di grande spirito culturale. La temporanea apertura del teatro popolare a doppia sala di Sciacca, conosciuto ai più come teatro Samonà (dal cognome dei progettisti), è sicuramente un grande evento culturale per la città di Sciacca. Finalmente un atto che rende giustizia prima ad una grande opera di architettura, presente su tutti i più importanti manuali di storia dell’architettura, e poi a due grandi maestri dell’architettura contemporanea quali sono stati i Samonà padre e figlio: Giuseppe (ingegnere ndr.) e Alberto (architetto ndr.). Per un architetto come il sottoscritto, formatosi in periodo universitario seguendo i corsi di coloro che in Sicilia sono stati i discepoli di questi maestri dell’architettura, potervici mettere piede è come per un bambino entrare nel suo cartone animato preferito. Un’opera sicuramente controversa e che ha determinato diverse correnti di pensiero, pro e contro. Odiata ed amata dai cittadini, soprattutto per la sua fisicità e per la forzatura del suo inserimento in un contesto ambientale particolare come quello del parco delle terme. Forse poco calibrata dimensionalmente e leggermente fuori scala. Un tentativo forse non proprio riuscito di assimilare l’edificio alla natura intorno, sul promontorio dove sorge. Ma tutto, ritengo, è relativo. Ci siamo mai chiesti come si sono espressi i cittadini dell’epoca quando sono stati realizzati, nella stessa area, il complesso dell’ex convento di S. Francesco prima, il complesso termale poi ed infine il Grand Hotel delle Terme. Tre opere avanguardiste, se collocate nel loro periodo di realizzazione (in ordine: 1200 c., 1930 c. e 1960 c.), in quanto figlie di un’espressione architettonica, per...

“Day off: io spengo lo studio”

“Day off: io spengo lo studio” l’Ordine degli architetti di Agrigento aderisce alla protesta, che avrà luogo su scala nazionale, per rivendicare il diritto a compensi certi, a un’adeguata retribuzione, alla dignità del lavoro, a leggi semplici ed efficaci, all’apertura del mercato del lavoro pubblico.   Un giorno di ‘black out’ per gli studi professionali degli architetti: una singolare forma di protesta per spingere il Governo nazionale a ‘riaccendere la luce’ su un intero comparto, quello edile, che vessato da crisi economica e inadeguatezza normativa provoca gravi ripercussioni sulle categorie professionali coinvolte nei processi progettuali, che adesso si sentono lese nei diritti e nella dignità. Dalle ore 20 del 26 novembre alle 20 del 27 novembre anche gli studi degli architetti di Agrigento chiuderanno i battenti nell’ambito di “Day off: io spengo lo studio”, iniziativa che avrà luogo in occasione della Giornata di mobilitazione nazionale dei lavoratori delle costruzioni. “Ci occorrono gli strumenti per trasformare in frutti il lavoro di ogni giorno: e per fare questo bisogna rilanciare la filiera del progetto, il settore edile, ci servono tutela, garanzie e sostegno con uno snellimento e una maggiore efficacia di norme, regolamenti e riforme. Come abbiamo fatto presente nell’ultima conferenza dei presidenti tenutasi a Milano pochi giorni fa, è il Governo nazionale a doversi mobilitare per ricreare i posti di lavoro persi, aumentare gli investimenti nelle opere pubbliche e infrastrutturali, interventi di messa in sicurezza del territorio e del patrimonio edilizio, riqualificazione urbana, il contrasto del lavoro irregolare e di false partite Iva così come l’illegalità e le infiltrazioni mafiose negli appalti. Operare nel mondo dell’edilizia è sempre più difficile: la filiera, che...

CARO ASSESSORE, LA PREGO…SI FERMI!!

Giuseppe Samonàpiano particolareggiato – Montepulciano 1975 Gentile assessore Salvatore Monte, mi corre l’obbligo indirizzarle queste poche righe, in quanto architetto e dunque come si suol dire un addetto ai lavori, a seguito dell’ultimo intervento edilizio, da lei definito di riqualificazione ed abbellimento, verso un importante elemento urbano quale la scala di collegamento tra il quartiere di San Michele e l’incrocio tra la via Roma e la via Giuseppe Licata. Parlo del primo tratto di rampe di scale a cui sono state aggiunte a mo di fregio (o questo quantomeno doveva essere il significato dell’intervento) delle piastrelle in ceramica decorata opera, senz’altro encomiabile, di alcuni maestri ceramisti della nostra città. Premetto immediatamente che non è mia intenzione fare alcuna polemica in merito alla bruttezza o bellezza dell’intervento. Io sono architetto di mestiere e so quanto stupido sarebbe andarsi ad infilare in una diatriba costituita su concetti così evanescenti come quelli sulla natura estetica delle cose. Parecchi filosofi, filologi più degli architetti, hanno dissertato su concetti estetici e sono tutti (o quasi) pervenuti al risultato che il concetto del bello in maniera assoluta, e lo stesso del brutto, non esiste essendo un concetto del tutto soggettivo legato ad elementi percettivi ad ognuno di noi intrinseci. Mi permetta però di spendere poche righe sulla definizione, a me pare da lei abusata, del concetto di riqualificazione urbana. Dico abusata perché il termine di riqualificazione di un contesto urbano non può contemplare la semplice proliferazione di opere d’arte, per lo più semplicemente decorative, ad ogni angolo di strada o su fronti di palazzi di un certo carattere storico, come in questi giorni sta avvenendo...

L’IMPORTANZA DEL BRANCO

L’insediamento del nuovo Consiglio dell’Ordine degli architetti di Agrigento per il quadriennio 2013/2017, che mi vede ricoprire il ruolo di presidente (tanto onorevole  quanto oneroso), sta avvenendo in uno dei peggiori periodi di crisi economica e sociale per la nostra penisola; non considerando il fatto che sia anche uno dei periodi più bui per la nostra storia patria. La politica economica adottata dai governi che si sono succeduti negli anni, forse degli ultimi decenni, che in maniera corsara ha tentato una riforma delle professioni intellettuali, ha innescato un meccanismo di sfiducia nei colleghi professionisti che li ha allontanati sempre di più dagli Ordini a tal punto da essere visti, questi ultimi, come organi istituzionali da abolire in virtù di una presunta appartenenza, dei loro rappresentanti, ad una casta di privilegiati che anziché pensare all’interesse collettivo della categoria è impegnata a mantenere i propri privilegi (ma quali?); la parola d’ordine imperante per tanti nostri colleghi alle ultime elezioni è stata “ABOLIAMO GLI ORDINI”. Sicuramente una delle colpe attribuibili agli Ordini è quella di non avere saputo opporre le opportune resistenze contro una serie di riforme inique, che stanno portando la categoria degli architetti liberi professionisti a soccombere innanzi alle lobby del progetto ed alle lobby economico finanziare, basti vedere le ultime vessazioni come l’installazione dell’apparecchiatura POS all’interno degli studi professionali e l’obbligo della copertura assicurativa. Ma la battaglia contro una riforma iniqua e per tratti demenziale ci vedeva come tanti Davide, ancorati ad una concezione intellettuale e quasi artigianale della professione, contro i Golia dell’alta finanza che hanno voluto imporre la globalizzazione del progetto mortificando il lavoro concettuale degli architetti...

LA STRATEGIA DELLA TARTARUGA

contro l’attuale sistema delle gare per servizi di progettazione La scorsa mattina, mentre ero in auto per recarmi ad Agrigento, ascoltavo alla radio la trasmissione “Pagina 3”, programma radiofonico su radio RAI 3, condotto da Edoardo Camurri il quale commenta le terze pagine dei quotidiani italiani tradizionalmente dedicate alla cultura. Quella mattina il Camurri commentava un post del blog di Daniela Ranieri, pubblicato su Blog.Panorama.it ed intitolato “I tormenti di chi arriva in anticipo: proposta contro i ritardatari (a parte Kafka)”, dove l’autrice inveisce, in maniera nevrotica e maniacale, contro i ritardatari. L’inveire contro la categoria dei ritardatari mi ha interessato essendo io, per natura, un “puntuale cronico” che, masochisticamente, preferisce arrivare in anticipo agli appuntamenti nella consapevolezza di dovere aspettare il mio interlocutore il quale, in pieno spirito meridionale, mi ha dato un appuntamento con la ormai tipica frase: “ci vediamo verso le…”. E’ quel “verso” che ti frega perché racchiude un arco temporale molto variabile che lascia immediatamente intendere che non ci si incontrerà mai all’ora prestabilita. Pur tuttavia continuo ad essere un fedele sostenitore del motto: “Piova, nevichi o stia male sarò puntuale”. Della lettura dell’articolo della Ranieri mi ha colpito in particolare un passaggio che riporto fedelmente di seguito: “… Una soluzione che mi è stata suggerita: prova ad arrivare in ritardo. Illusi. Cosa farei nel frattempo? Si tratta pur sempre di aspettare, nello specifico che scatti l’ora di un appuntamento, per poi oltrepassarla e presentarsi in ritardo. Ma con quanto ritardo? Mettiamo il caso di un incontro con un ritardatario cronico: è come la tartaruga con Achille…”. L’autrice utilizza il secondo paradosso di Zenone in cui la...

L’architetto del 3000

Il dibattito sulla partorita riforma della professione dell’architetto non si è ancora sopito. Si continua ad inveire, ed a ragione, contro una serie iniqua di riforme che non hanno nulla a che vedere con il rilancio della professione o con l’apertura al mercato del lavoro alle nuove leve. Ancora non si comprende a cosa possa servire una formazione continua ed obbligatoria, che prevede anche la cancellazione dall’ordine per il collega inadempiente, quando, e questo è risaputo, i liberi professionisti quotidianamente sono obbligati ad aggiornarsi per fare fronte al sopravvenire continuo di norme, regolamenti e cavilli burocratici dai quali non si può prescindere nell’esercizio della professione. Ancora meno si comprende l’obbligatorietà della stipula dell’assicurazione professionale e di tante altre vessazioni che ci sono state spacciate come riforme solo per preservare gli interessi delle grandi holding di progetto, delle banche e degli istituti d’assicurazione. Nessuno invece si è chiesto realmente cosa dovrà essere l’architetto del terzo millennio e quale dovrà essere il suo ruolo per il superamento della crisi globale che in questi tempi ci attanaglia. Una risposta potrà venire, a mio modesto parere, dal territorio nel quale si opera quotidianamente. Il nuovo architetto dovrà dimostrare sensibilità ancora maggiore, rispetto a quella dimostrata fino ad oggi, nei confronti del territorio che dovrà essere reinterpretato e salvaguardato, attraverso progetti di recupero e valorizzazione, come unica risorsa per il rilancio della professione dell’architetto e del riavvio dell’attività economica in generale. L’imperativo del prossimo futuro dovrà essere: “basta al consumo di territorio, si alla riqualificazione dell’esistente come volano di un RINASCIMENTO, sia culturale che economico, del terzo millennio”. L’architetto dovrà essere colui il quale...

“ES MUSS SEIN ?”

da Duchamp alla Cappellaro “Nelle stanze da bagno moderne, le tazze del gabinetto si alzano dal pavimento come bianchi fiori di ninfea. L’architetto fa di tutto affinchè il corpo dimentichi la sua miseria e l’uomo non sappia ciò che avviene dei rifiuti delle sue interiora quando scroscia su di essi l’acqua liberata dal serbatoio. I tubi di scarico, pur penetrando con i loro tentacoli nei nostri appartamenti, sono accuratamente nascosti ai nostri sguardi e noi non sappiamo nulla delle invisibili Venezie di merda sulle quali sono costruiti i nostri bagni, le nostre camere da letto, le nostre sale da ballo e i nostri parlamenti…”(tratto da “L’insostenibile leggerezza dell’essere” – Milan Kundera – 1985 Adelphi edizioni spa) Basta veramente così poco per screditare il lavoro di un architetto...

ASCOLTO IL TUO CUORE, CITTA’

Il coraggio che noi architetti siciliani non abbiamo mai avuto è stato quello di non avere mai  denunciato, con toni aspri e forti, la mancanza di una coscienza collettiva, tale da sviluppare dei sistemi operativi veloci nelle trasformazioni urbane, al fine di salvaguardare i valori che il nostro territorio ha per natura e storia. Bisogna adoperarsi, al più presto, per trovare un accordo tra la politica, gli operatori del settore (architetti, ingegneri, geometri e geologi) e le forze sane della società  capendo qual è la reale tendenza dell’economia siciliana. Oggi non si può più guardare ad un’economia che continua a guadagnare dall’edilizia, perché siamo già con una volumetria  abitativa di parecchio superiore a quella che realmente serve. Possiamo continuare a portare avanti l’industria edilizia ma solo per raggiungere la media nazionale d’infrastrutture. La ricchezza della Sicilia è fatta di cose che dobbiamo ancora scoprire. Il settore turistico, ad esempio, ha molte possibilità di sviluppo, ma il prodotto lo dobbiamo ancora preparare. (foto 3) Le nostre città non hanno più la necessità di crescere a dismisura vista la bassa crescita demografica. La politica degli anni passati, nella sua spasmodica corsa ad estendere in maniera incontrollata le aree periferiche, ha trascurato di introdurre nella pianificazione una serie di norme di carattere ecologico che sarebbero state necessarie al fine di definire i lineamenti dell’insieme spaziale nelle nuove forme architettoniche e preservare il territorio dalle contemporanee tragedie. I centri urbani della nostra isola non hanno bisogno di nessun nuovo tipo di forma urbana esterna, ma piuttosto di provvedimenti oculati quali ad esempio: la deviazione dei grandi traffici veicolari; la localizzazione d’aree parcheggio necessarie...